28/09/2013
CHE FINE FANNO LE TASSE ?
Nel 2010 più del 40% delle nostre tasse sono state spese per il debito pubblico, mentre per l'istruzione scolastica è stato destinato solo il 6%. Quindi quasi la metà delle nostre tasse va in mano a delle banche private. Le istituzioni politiche al giorno d'oggi, diversamente da come si è portati a pensare, sono uno strumento che lentamente preleva i soldi dei contribuenti dandoli a delle società private extra-nazionali, quindi impoveriscono i cittadini e ingrassano i banchieri. Ci vengono chiesti sempre più soldi e più sacrifici in nome di questa crisi, ma di chi è la crisi di cui ci parlano? La vera crisi è dell'intero sistema economico che in realtà si basa sul debito e che quindi è assolutamente inestinguibile ed anzi in continuo aumento visto che da decenni gli stati sono costretti ad indebitarsi sempre di più per pagare debiti precedenti. All'interno di questo gioco non c'è via di uscita, le banche risultano l'unico ente in grado di trarne guadagno. Se continuiamo di questo passo la bancarotta non sarà un rischio, ma una certezza. Questo sistema economico vecchio ed autolesionista va cambiato. Se venisse nazionalizzata la proprietà della moneta e la facoltà di emetterla lo stato non sarebbe più un debitore ma emetterebbe la moneta che gli serve senza pagare gli interessi. Non vi è alcun senso nel tenere una banca centrale privata a cui lo stato regala il monopolio per l'emissione del denaro ricevendo in cambio un debito maggiore della somma del denaro preso in prestito.
Quello di cui abbiamo realmente bisogno ora, è una maggiore consapevolezza e partecipazione della gente: dobbiamo capire tutti che il tempo delle deleghe è finito.
Se il popolo non riuscirà a riappropriarsi della lucidità per capire quanto ho appena detto, ci sarà presto una catastrofe irreparabile, essa, è dietro l'angolo. Fermare questo governo è la priorità, un governo che non ha spina dorsale e che ha messo in ginocchio una nazione, non merita di rappresentare il popolo.
Oggi avete ancora la parvenza di una vita agiata, ma già dal prossimo mese e ancor peggio dal 2014, vi renderete conto di quale catastrofe sia successa...
SVEGLIATEVI!!!!
12/09/2013
La questione della proprietà della moneta al momento della sua emissione:
La Banca Centrale emette denaro per un valore, supponiamo, di mille miliardi di Euro. Quel valore, quei mille miliardi, di chi sono?
A chi appartiene la moneta, il valore del denaro, nel momento in cui viene emessa dalla Banca Centrale?
Alla Banca Centrale stessa, che quindi ha diritto di farsela pagare dallo Stato? O allo Stato, al popolo, che quindi non dovrebbe pagare né il denaro né gli interessi alla Banca Centrale quando ha bisogno di denaro?
Si tratta di una questione fondamentale, perché dalla risposta che essa riceve, dipende essenzialmente l’indebitamento dello Stato.
Il fatto che l’esercizio del potere monetario attraverso la Banca Centrale è uno strumento di potere dei banchieri sullo Stato, trova conferma in come le istituzioni statali sono impegnate a equivocare e a mentire in tutte le sedi, anche parlamentari, per coprire il fatto che la Banca d’Italia cede a caro prezzo denaro che a essa niente costa e a cui non è essa a dare il valore, ossia il potere di acquisto.
Il potere di acquisto, come abbiamo visto, glielo conferisce il mercato, la gente, attraverso la domanda di denaro. La Banca Centrale non ha “prodotto” il valore del denaro, eppure si comporta come se fosse proprietaria del medesimo denaro, in quanto lo cede allo Stato (e alle banche commerciali) in cambio di titoli di Stato e controinteressate.
Questo fatto è paradossale.
È come se il tipografo, incaricato dagli amministratori della società calcistica organizzatrice di una partita di stampare 30.000 biglietti di ingresso per le partite del campionato, col prezzo di € 20 stampato su ogni biglietto, chiedesse come compenso per il suo lavoro di stampa € 600.000, in base al fatto che i biglietti che ha prodotto “valgono” € 20 cadauno. È vero che essi “valgono” € 20 caduno, ma che essi abbiano un valore non dipende dal tipografo, bensì dall’associazione sportiva che ha formato la squadra, procurato il campo da gioco e organizzato la partita, sostenendo i relativi costi e producendo la domanda di quei biglietti, senza la quali questi niente varrebbero.
Gli amministratori della società sportiva lo sanno bene, ma il tipografo in parte li ricatta e in parte li lusinga perché promette loro che, se gli pagheranno l’ingiusto compenso richiesto, egli darà loro un lauto regalo e i fondi per farsi rieleggere alle prossime elezioni del consiglio di amministrazione. Altrimenti, finanzierà altri candidati e una campagna di stampa contro i consiglieri onesti.
Il potere bancario si comporta come quel tipografo, e i governanti si comportano come i consiglieri ricattati e lusingati dell’associazione sportiva, riconoscendo alla Banca Centrale la proprietà o titolarità del valore del denaro che emette, stampato o scritturale che sia, e in cambio di esso indebitano ingiustamente e illogicamente proprio il popolo, che è il soggetto che, col suo lavoro e con la sua domanda, ossia col mercato, conferisce valore al denaro. Per questa ragione, oltre che in base al principio costituzionale della sovranità popolare, al momento in cui viene emesso, il denaro, il suo valore, dovrebbe logicamente essere ed essere trattato come proprietà del popolo e, per esso, dello Stato. Assolutamente lo Stato non dovrebbe indebitare se stesso e il popolo verso una Banca Centrale, pubblica o privata che sia, per ottenere denaro.
Al contrario, ciò è proprio quanto succede incessantemente. Ma vi è di peggio: la Banca Centrale , cioè i suoi azionisti, oltre ad appropriarsi, a danno dello Stato, del valore del denaro che essa emette, nei suoi propri conti segna questo valore non all’attivo ma al passivo, simulando un debito ed evitando, così, di pagare le tasse su quello che è un puro incremento di capitale e che, come tale, dovrebbe essere interamente tassato.
L’ovvio ragionamento, fù testé svolto è stato già sottoposto al Parlamento, attraverso interrogazioni parlamentari, nel 1994 e nel 1995.
Entrambe le risposte elusero il problema, affermando che la Banca Centrale (allora, cioè, la Banca d’Italia) non sarebbe proprietaria dei valori monetari, ossia del valore del denaro emesso, perché il denaro emesso costituirebbe sempre un passivo, un debito; e che, perciò, giustamente la Banca d’Italia lo iscriveva come posta passiva nel proprio bilancio.
Come i membri competenti dei due governi interessati non potevano ignorare, queste risposte sono del tutto contrarie alla verità. Innanzitutto, la risposta fornita è contraddetta dal comportamento dei governi medesimi – di tutti i governi. Infatti, se i governi fossero coerenti con l’affermazione che il denaro, il valore monetario, non appartiene alla Banca emittente, perché lo Stato continua a dare qualcosa (i titoli del debito pubblico) in cambio di Lire o Euro? E se il denaro emesso costituisse una passività, un debito, perché mai lo Stato dovrebbe comperarlo pagandolo con titoli del debito pubblico, che costituiscono un credito per chi li riceve? Si è mai visto che qualcuno paghi un altro per farsi cedere un debito?
Ma le risposte del governo sono anche false giuridicamente, perché il denaro non è affatto un debito per la Banca che lo emette. Se fosse un debito, dovrebbe poter essere incassato dal portatore presso la Banca medesima, mediante conversione in oro, e il portatore della banconota aveva il diritto di farsela cambiare in oro dalla Banca Centrale che l'aveva emessa, come avveniva una volta, fino al 1929 circa, quando il denaro era convertibile in oro. Anche in tempi successivi al 1929, molte banconote portavano la scritta “Pagabile a vista al portatore”.
Ma pagabile in che cosa, dato che esse non erano convertibili in oro? In realtà, quei biglietti non erano pagabili in alcun modo e quella scritta era una menzogna per ingannare il pubblico e fargli credere che i biglietti di banca fossero convertibili in qualcosa avente valore proprio o che la banca si fosse indebitata per emetterli, il che è falso (mentre era vero in un ormai lontano passato).
Del resto, è naturale che nessun governo potrebbe permettersi di dare risposte veridiche a simili questioni, perché ammetterebbe che la sua vera funzione è defraudare i cittadini e gli elettori per arricchire un’élite finanziaria che detiene il vero potere.
Ma quanto sopra costituisce solo la punta dell’iceberg. Perché il grosso, circa l’85%, del denaro esistente e circolante al mondo, non è denaro vero, emesso da Banche Centrali, ma denaro creditizio, ossia aperture di credito e disponibilità di spesa create dal nulla dalle banche commerciali, le quali, attraverso questa creazione continua di nuovo denaro creditizio, si impossessano di quote crescenti del potere d’acquisto complessivo della popolazione mondiale. Di ciò si parlerà più diffusamente in seguito in tema di signoraggio secondario o creditizio.
Caro Cittadino europeo, sapevi che...?
- Il debito pubblico è fasullo e le tasse che paghi a causa di esso sono illegali e incostituzionali.
- Banca d’Italia S p A, autorizzata a creare in modo autonomo denaro dal nulla senza garanzie auree o di altro tipo, è dal 1948 di proprietà privata.
- I suoi azionisti (detti ‘partecipanti’) sono le altre banche e assicurazioni private. Il debito pubblico dello Stato, quindi dei cittadini, nasce nei loro confronti.
- La Banca d’Italia (analogamente alla Banca Centrale Europea) usa un artificio contabile più o meno espressamente legalizzato per camuffare i propri utili, non pagare le tasse su essi dovuti e per non darli allo Stato, come dovrebbe per statuto.
- La Banca d’Italia dovrebbe, per statuto, vigilare sulla correttezza delle altre banche; ma essa stessa è di proprietà di banche private, le quali nominano il suo governatore e i suoi direttori; quindi questi dovrebbero sorvegliare chi li nomina – cosa del tutto improbabile.
- Le tasse vanno in gran parte a pagare il debito pubblico e gli interessi su di esso, quindi finiscono in tasca ai proprietari privati della Banca d’Italia e della Banca Centrale Europea, e non per spese di interesse collettivo.
- Per arricchirli, il debito pubblico viene continuamente fatto crescere – e ciò non solo in Italia e non solo di recente.
- L’organizzazione a monte di questo sistema di potere bancario è internazionale: in quasi tutti gli altri Paesi, infatti, la situazione è simile a quella italiana.
- Tale sistema, di cui i mass media si guardano bene dal parlare (come pure i sindacalisti, i parlamentari, i ministri, i presidenti) ha prodotto nel tempo, e ancor oggi sempre più produce, un enorme e sistematico trasferimento di beni e di ricchezze dalle tasche dei cittadini a quelle dei banchieri, ma anche un trasferimento del potere politico dalle istituzioni democratiche alle mani dei banchieri sovranazionali.
- Il vero potere politico ed economico, a livello mondiale e nazionale, sta in questi meccanismi, ignoti a tutti o quasi; essendo sconosciuti, essi sono ancor più efficaci..
- Il Trattato di Maastricht, l’Euro, la Banca Centrale Europea, sono strumenti di completamento di questo trasferimento.
- La corrente mancanza di denaro, la crisi economica, i fallimenti e le privatizzazioni sono pilotati da loro attraverso governi a sovranità limitata, e vanno a loro vantaggio.
- La soluzione efficace è ben nota ed è stata ripetutamente proposta: restituire al popolo, quindi allo Stato, la funzione sovrana dell’emissione del denaro, in modo che non si debba più indebitare.
- Il risultato sarebbe: tasse quasi eliminate, denaro a costo zero per lo stato e la Pubblica Amministrazione , economia fiorente; potere politico democratico anziché in mano alle banche.
- Ovviamente, gli unici danneggiati da questa riforma sarebbero i banchieri.
- E’ anche stata proposta una soluzione parziale: la moneta complementare, sull’esempio di migliaia di realtà nel mondo.
- Sono state proposte e talora attuate, nella storia, anche soluzioni globali, e hanno funzionato: l’emissione di denaro da parte dello Stato, direttamente e sovranamente, senza l’inutile intermediario di una banca centrale di emissione.
- Se quanto sopra ti lascia un poco perplesso, continua a leggere, e tutto ti apparirà chiaro...
Per tanto la struttura dell'economica bancaria mondiale si basa su un falso e sulla truffa al popolo ma sopratutto si struttura, cresce, e si alimenta sulla Vostra Ignoranza.
APOCALISSE FINANZIARIA ALLE PORTE: STRETTA MONETARIA USA E DEFAULT ITALIANO (SIA CHIARO:
New York - Prezzo delle case sopra le attese, fiducia dei consumatori sopra le attese, tasso di disoccupazione in diminuzione! Con questi dati fino a quando la Federal Reserve continuera' a stampare 80 miliardi di dollari al mese? Noi pensiamo poco, il prossimo dato che sorprenderà i mercati sara' il dato sull'inflazione americana che costringerà Bernanke ad una stretta monetaria prima che la situazione gli sfugga di meno.
L'indice dei prezzi delle case di giugno in USA e' aumentato del 2% mentre la Fed si aspettava solo un 1%, il tasso di disoccupazione sta diminuendo ed il combinato disposto dei due fattori spingerà inevitabilmente al rialzo i prezzi di tutti i beni. Bernanke sa di essere seduto su una polveriera e che la sua immagine di illuminato innovatore della Finanza mondiale rischia di trasformarsi presto in quella del creatore dell'ultima "bolla", la piu' grande e terrificante di tutti i tempi.
Non vorrebbe essere lui a forarla con una punta di spillo ma i suoi colleghi della Bundsbank gia' lo pronosticano e sono pronti ad un rialzo generalizzato dei tassi. Ed il governo italiano? Brancola nel buio piu' assoluto. Il 21 aprile da Direttore Generale della Banca d'Italia Saccomanni dichiarava "lo spread e' ancora troppo alto: dovrebbe essere 100"; con la sua entrata al Tesoro lo spread e' rimasto intorno a 250, perche'?
Perche' Saccomanni mente sapendo di mentire, con un debito pubblico superiore al 130% del PIL il rialzo dei tassi mondiali peserebbe piu' che proporzionalmente sulla capacita' dell'Italia di produrre ricchezza, le alte tasse farebbero il resto drenando la maggior parte delle risorse del paese verso il pagamento degli oneri finanziari o la spesa improduttiva.
Il "tiriamo a campare" di andreottiana memoria e' diventato la filosofia di vita di politici ed economisti di regime che hanno una visione sul futuro limitata alle prossime 24 ore o alla prossima sentenza su Berlusconi. Le banche tedesche, allertate dalla Bundesbank, sono pronte a rialzi generalizzati del costo del denaro e presto limiteranno la loro, gia' bassa, esposizione ai paesi periferici.
A quel punto Mario Draghi non potra' fare molto: di fronte alle tensioni inflazionistiche non potra' continuare a sovvenzionare le banche italiane che entreranno presto nella spirale di portafogli rigonfi di BTP a prezzi troppo alti e difficoltà nel finanziarsi.
Cosa suggerira' Mariuccio Draghi? Aumenti di capitale e raffica? E chi li sottoscriverà? Dopo MPS nessuno piu' firmera' una clausola "indemnity" e gli investitori stranieri si manterranno alla larga. (Questo porterà ad un'unica via d'uscita che si chiama default del debito pubblico italiano con la conseguenza immediata del fallimento a catena di tutte le maggiori banche del Paese.)
Dietro l’Egitto si legge l’inizio della fine del dollaro:
I fatti del Medio Oriente sono manipolati dall’élite mondiale, che spinge verso l’instabilità: un processo già in corso, come vediamo. E attenzione: solo in apparenza l’architettura della “primavera araba” riguarda l’area mediorientale. In realtà ha a che fare con l’intera struttura dell’economia globale: «Una crisi energetica potrebbe essere uno strumento efficace per cambiare questa struttura», sostiene Brandon Smith. E quindi: «Un crollo in Medio Oriente potrebbe fornire l’occasione perfetta e la copertura per un grande cambiamento nel paradigma globale». Tuttavia, qualsiasi passo politico di questa portata richiede che, prima, si sia creata «una atmosfera economica adeguata». Tradotto: «Se vogliamo capire le prossime tendenze di una società, dobbiamo prendere in considerazione che esiste una manipolazione esterna: dobbiamo guardare a come ogni evento economico si muova parallelamente con gli eventi politici, e dobbiamo intuire come questi eventi possano avere effetti sulla globalizzazione nel suo complesso».
Quando fu rovesciato Mubarak «non era ancora il momento giusto», scrive Smith in un post su “Alt Market”, ripreso da “Come Don Chisciotte”.
All’epoca, i media mainstream caddero in una sorta di “falsa partenza”. «Se il bersaglio vero è il dollaro Usa e l’Egitto è solo una diversione, quest’anno si è presentata l’occasione perfetta per giustificare il fallimento, ormai evidente, come stimolo dell’economia, del “quantitative easing”», che secondo Smith si basa su due dogmi completamente sballati. Il primo: “I paesi esteri non riusciranno mai a scaricare il dollaro americano, perché dipendono dai consumatori americani, che comprano le merci che loro vogliono esportare”. Il secondo: “Il valore del dollaro non potrà mai crollare, perché è la valuta-base per comprare il petrolio, e il mondo intero ha bisogno dei dollari per comprare il petrolio”. In realtà, tutto sta cambiando: basta vedere il “dumping” della Cina contro il dollaro, gli accordi commerciali bilaterali con i Brics e anche con Germania e Giappone, senza contare la massiccia corsa all’acquisto di oro intrapresa da Cina e Russia, «anche come reazione alla estrema manipolazione del mercato» attuata da colossi finanziari come la Jp Morgan Chase.
Altri campanelli d’allarme: la vendita dei titoli del Tesoro Usa a lungo termine da parte dei creditori stranieri, che comprano invece titoli del Tesoro a breve termine, che possono essere liquidati con un preavviso minimo. E poi il fatto che «le obbligazioni ora sono sostenute quasi interamente dalla politica della Fed per stimolare l’economia: quando questo stimolo finirà, finirà la capacità dell’America di onorare i debiti esteri e la fiducia nel dollaro crollerà». Infine, le chiare dichiarazioni del Fmi, che ormai parla apartamente della “fine del dollaro” come riserva mondiale e dell’istituzione dei Dsp, diritti speciali di prelievo, destinati a sostituirlo. Quanto alla “fede” nella tenuta “eterna” del valore del dollaro, ancorato al maxi-giacimento energetico del Medio Oriente, oggi tutto sta cambiando in fretta: «Lo status del petrodollaro dipende da un gran numero di fattori che rimangono perfettamente allineati dal punto di vista sociale, politico ed economico: se uno solo di questi elementi dovesse uscire dal gioco – spiega Smith – il mercato del petrolio esploderebbe in una inflazione dei prezzi che spingerebbe il resto del mondo all’abbandono del biglietto verde». Ecco perché la crisi egiziana va letta essenzialmente sotto questa luce: per l’analista statunitense, i grandi rivolgimenti del Cairo «possono essere considerati come primi sintomi della inevitabile morte del petrodollaro». Mettendo fuori gioco i Fratelli Musulmani anche attraverso il ricorso al bagno di sangue, il regime militare – che domani probabilmente affronterà il giro di vite decisivo, mettendo addirittura fuorilegge gli islamisti – non fa che fomentare l’odio popolare verso gli Stati Uniti, grandi supporter del potere egiziano. E questo «non è salutare per la vita del petrodollaro nel lungo periodo». Grande problema: «Se scoppierà una guerra, sarà di grandi dimensioni e danneggerà i mercati petroliferi», dal momento che il Canale di Suez vede passare quasi l’8% del commercio marittimo mondiale, 4,5 milioni di barili di greggio ogni giorno. Già i prezzi hanno registrato un’impennata per la semplice minaccia del blocco di Suez, e il braccio di ferro in arrivo – mezzo Egitto in guerra con l’altra metà del paese – non promette nulla di buono.
Stranamente, aggiunge Smith, il mainstream continua a sostenere che Suez «non chiuderà mai» perché «è troppo importante per l’economia egiziana». Errore: «Per il governo egiziano, l’importanza di Suez sarà irrilevante se scoppierà una rivoluzione: Suez chiuderà proprio perché non resterà più nessuna struttura per mantenere il canale aperto. Nel frattempo, i prezzi del petrolio continueranno a salire e la diffidenza verso gli Stati Uniti continuerà ad inasprirsi». Poi toccherà all’Arabia Saudita? Il rapporto tra Washington e l’emirato, secondo Smith, «è contemporaneamente simbiotico e parassitario». Storia: i primi pozzi petroliferi furono scavati da cartelli internazionali come Royal Dutch Shell, Near East Development Company e Anglo-Persian, ma alla fine «tutto fu preso in mano dalla Standard Oil di Rockefeller», azienda con alle spalle una «storia oscura». Risultato: gli affari sauditi sarebbero stati gestiti principalmente da interessi americani. «E la sete per il petrolio di tutto l’Occidente, soprattutto dopo la prima guerramondiale, avrebbe segnato il nostro rapporto con la monarchia regnante al momento».
Come membro fondatore dell’Opec, l’Arabia Saudita è stato dei pochi super-produttori di petrolio a mantenere – fino al 1983 – un oleodotto diretto che bypassava il Canale di Suez. «Questo permise alla Standard Oil e agli Stati Uniti di rientrare in punta di piedi in Egitto per lavorare sulla instabilità interna, che già si sentiva e che alla fine culminò nella guerra civile del 1952». All’epoca la classe dirigente egiziana – considerata “fantoccio” dell’Impero britannico – fu rovesciata, «fatto che determinò la scomparsa della sterlina britannica come Top petro-Pound e come valuta di riserva mondiale», segnando l’inizio del declino economico britannico. In apparenza, finora, l’Arabia Saudita sembra aver evitato gli effetti del clima della “primavera Araba”, ma non è tutto come sembra: la defezione del principe saudita Khalid Bin Farhan al-Saud ha fatto sorgere domande sorprendenti sul vero stato di salute del gigante petrolifero arabo.
«Credo che questa defezione sia solo l’inizio dei problemi dell’Arabia Saudita, e che il più grande partner petrolifero dell’America stia per assistere ad un tumulto interno che destabilizzerà le spedizioni di petrolio in tutto il mondo», scrive Smith. «Il sostegno dell’America ad una monarchia, tanto brutale con la sua popolazione, potrà solo accelerare la fine dell’uso del dollaro nel commercio mondiale del petrolio, soprattutto se questi regimi fantoccio saranno rovesciati». Chi dubita che l’Arabia Saudita sia sulla strada di una disgregazione sociale farebbe bene a domandarsi «perché questo paese abbia sentito la necessità di sovvenzionare con miliardi di dollari la nuova giunta militare egiziana al potere». Mentre il paese «come prestanome dell’Occidente», il governo saudita teme che il successo di idee dissenzienti possa raggiungere i suoi confini: «Capiscono poco di questo gioco, in cui sono solo pedine di un progetto globale». Ma, «senza il controllo saudita sul petrolio, gli Stati Uniti perderebbero il loro ultimo solido punto d’appoggio nel mercato del petrolio: e non c’è assolutamente nessun dubbio sul fatto che il dollaro, immediatamente dopo, non sarebbe più una petro-moneta. La disperazione che causerebbe una crisi energetica come questa – aggiunge Smith – porterebbe i mercati internazionali a mendicare una qualsiasi soluzione, che i cartelli bancari globali guidati dal Fmi saranno ben felici di trovare».
Dall’Egitto all’Arabia Saudita, fino alla Siria: «Il fatto che il governo americano abbia creato uno stato di fatto con la rivolta siriana e il suo finanziamento e con l’armamento degli agenti di al-Qaeda ha comprensibilmente irritato molte nazioni del Medio Oriente, compreso l’Iran». Teheran, continua Smith, si trova sulla via del petrolio più importante del mondo: lo Stretto di Hormuz. Circa il 20% delle esportazioni di petrolio di tutto il mondo vengono spedite attraverso Hormuz, e la stretta insenatura è incredibilmente facile da bloccare: basterebbe far affondare qualche nave cargo. «In realtà, questa tattica è esattamente quella che l’Iran si è abituato ad usare per neutralizzare qualsiasi progetto di invasione Usa-Israele. Una presenza degli Stati Uniti o della Nato sulla terra o nello spazio aereo della Siria, dell’Egitto o dell’Iran molto probabilmente potrebbe provocare la chiusura dello Stretto di Hormuz e forti aumenti dei costi della benzina, che gli americani non si possono permettere».
Come se non bastasse, la scena è dominata da nuovi affari petroliferi: quelli tra Russia e Cina. Proprio perché fanno paura agli Usa, i grandi media non ne parlano: «Così come la maggior parte dei commerci bilaterali che non stanno utilizzando il dollaro come moneta di riferimento, sono stati ignorati dai media mainstream: anche dell’ultimo grosso affare sul petrolio stipulato tra Russia e Cina non si è detto nulla». La Russia, ricorda Smith, ha firmato un contratto storico con i cinesi: rifornirà Pechino di petrolio per i prossimi 25 anni. E questo, secondo le linee-guida bilaterali stabilite, significa che il dollaro non sarà utilizzato dai cinesi per pagare il petrolio russo. «Mi aspetto che questo sia solo l’inizio di una reazione a catena di accordi petroliferi che rifiuteranno il dollaro come principale meccanismo commerciale», avverte Smith. «Questo tipo di affari potrà aumentare in tutto il Medio Oriente se ci saranno sempre più lotte interne e se il disgusto della popolazione verso gli Stati Uniti diventerà una condizione essenziale per mantenere il potere».
Il dollaro, insiste l’analista, è ormai una “tigre di carta”. Vero, le scoperte di nuovi giacimenti nel Midwest americano potrebbero contrastare la “discontinuità” degli oleodotti mediorientali. Tuttavia, sarebbe ingenuo nascondersi dietro alla prospettiva del nuovo petrolio americano: perché il vero problema – sottolinea Smith – non è il petrolio, ma lo status della moneta Usa in qualità di petro-dollaro. «Questo status fa pericolosamente affidamento sul mantenimento e sulla stabilità dei regimi amici in Oriente. Possiamo produrre tutto il petrolio che vogliamo, dentro i nostri confini – dice Smith – ma se il dollaro perde la sua posizione predominante di riserva mondiale, dovremo aspettarci una massiccia svalutazione del valore della nostra moneta, avremo ancora altri crolli, e vi garantisco che la maggior parte del petrolio nazionale finirà per essere esportato come pagamento ai creditori stranieri, solo per soddisfare i debiti in sospeso».
Il moneta Usa, conclude Smith, non è più invincibile – come qualsiasi altra moneta a corso forzoso nella storia: «In qualche modo, è veramente molto più debole rispetto a qualsiasi altra moneta che c’era prima». Oggi, il biglietto verde fa completamente affidamento sul proprio status di moneta di riserva mondiale, per poter mantenere il suo valore sul mercato globale. Come è evidente, paesi come la Cina stanno già evitando di usarlo negli scambi con particolari nazioni, ed è «del tutto sconsiderato» ritenere che questa tendenza sia in qualche modo “fortuita” e non piuttosto “intenzionale”. «I paesi stranieri non starebbero avviando un processo di abbandono del dollaro oggi se non intendessero continuare per questa strada fino in fondo domani». Tutto questo, conclude Smith, va interpretato come una “crisi di copertura”. E le tensioni esistenti sono un segnale di crisi ormai dilagante, in Medio Oriente: «Molto probabilmente una crisi energetica, e nel breve termine». Sarebbe la “tempesta perfetta” che l’élite finanziaria attende: per scatenare la speculazione e, stavolta, cambiare – a modo suo, cioè contro tutti noi – il “paradigma globale”?
Fonte: http://www.libreidee.org/2013/08/smith-dietro-legitto-si-legge-linizio-della-fine-del-dollaro/
Caltanissetta: condannate otto banche per illegittima procedura esecutiva in danno ad un imprenditore.
Il Tribunale di Caltanissetta nella persona del G.I. dott. Gaetano Sole con Sentenza del 20 luglio, ha accolto l’opposizione alla esecuzione proposta dai legali di Amorelli, considerato nel mondo il re delle pipe, con queste motivazioni: non può restare in vita una procedura esecutiva una volta che il creditore pignorante è stato soddisfatto nella sua pretesa e nel caso in cui non vi siano pignoramenti successivi, sentenzia il Giudice Sole, la procedura esecutiva va dichiarata estinta. I principi erano già ben chiari alla giurisprudenza di legittimità, ma ovviamente, avversati dalle banche e l’imprenditore che ha confidato nella giustizia raggiunge un risultato di conforto anche per la moltitudine di persone che si sentono raggirate e aggredite nei propri beni da banche, società finanziarie e di riscossione “con dichiarazioni insidiose e fraudolente tali da indurre in errore i Magistrati delle esecuzioni e che gettano nella disperazione famiglie e imprese” sottolinea Amorelli.
Se poi andiamo a vedere i fatti concreti della Procedura Esecutiva ora sospesa con Ordinanza del 31 luglio, si nota che un creditore per un importo di 25.000 euro assoggetta a pignoramento un patrimonio di 14.000.000 euro e anche se è stato soddisfatto nella sua pretesa (nel lontano 2005) diverse Banche con in testa il Banco di Sicilia, e la Serit Sicilia pretendono la vendita forzata dei beni senza dimostrare l’entità/legittimità dei propri crediti che, viceversa, evidenzia Amorelli, “risultano usurari all’esito di un incidente probatorio penale (Banco di Sicilia) e all’esito di otto CTU svolte nei paralleli giudizi civili introdotti”.
Oppure si oppongono alla sospensione dell’esecuzione anche se i propri crediti vengono dichiarati inesistenti o non dovuti per mancanza di prova (Sentenza n. Giudice Cammarata) o se sospesi dalla Commissione Tributaria nel caso della Serit. Tra l’altro gli stessi crediti, vantati come certi ed esigibili, sono risultati “irregolari” anche per la Banca d’Italia. Infatti, la Vigilanza aveva imposto l’immediata rettifica delle segnalazioni trasmesse alla Centrale dei Rischi dal 2009 al 2011, alla luce di un esposto dell’imprenditore presentato alla Unità di Informazione Finanziaria, smentendo così le decisioni favorevoli per le Banche assunte in precedenza dall’Arbitro Bancario Finanziario ai reclami presentati dalla Ditta. Dove sta quella certezza, liquidità ed esigibilità di crediti tanto sbandierata dalle Banche nelle Aule giudiziarie? “E’ tutta da scoprire, si rifiutano di rispettare le Sospensioni dei Termini concesse dalla Prefettura ex art. 20 L. 44/99 e finanche l’Accordo Quadro sottoscritto al Ministero dell’Interno” risponde l’imprenditore che ora attende l’esame del dossier presentato alla Guardia di Finanza contenente le analisi di 25 rapporti di credito intrattenuti dalla Ditta e in cui ritiene vi siano gli estremi di reati commessi dai vertici di 14 Istituti di credito anche alla luce delle recenti Sentenze di Cassazione penale.
La vicenda bancaria di Amorelli è complessa e articolata, è stata anche oggetto di interpellanza Parlamentare, sembrerebbe unica e surreale. “Non lo è affatto” ad avviso di Amorelli, “ ogni impresa è costratta a difendersi da un sistema creditizio tutto italiano che trae profitti oltre i limiti consentiti dalla legge e conduce il reato di usura, ma non solo quello, alle estreme conseguenze fino ad uccidere persone e libera impresa da Trento a Gela”.
A ben guardare ciò che può accadere ad un operatore economico che fa ricorso al credito bancario per sviluppare l’attività d’impresa non possono che venire i brividi.
E se in ballo ci sono finanziamenti pubblici ottenuti dalle imprese per realizzare capannoni, acquistare macchinari e incrementare l’ occupazione ? La musica non cambia, anzi:
banca strozzina
“Intanto l’interesse ( ! ) delle Banche diventa più famelico, forti della materiale disponibilità dei fondi statali, e poi c’è il pericolo concreto che la dazione usuraria avvenga con meccanismi automatici, all’insaputa del beneficiario e …. con i soldi dello Stato. Dunque altre illegalità in pregiudizio all’interesse pubblico e sviamento delle finalità previste dagli Enti, altro che incentivi per miliardi di euro erogati alle imprese per lo sviluppo delle aree depresse del Paese secondo le previsioni di legge vedi 488/92 o Patti Territoriali”.
Dunque una nuova faccia della medaglia sull’utilizzo dei fondi strutturali europei, fatta da non solo truffe di imprenditori criminali che prima o poi risponderanno alla Magistratura, ma anche, e forse soprattutto iniziative industriali sostenute dalle Banche per percepire fondi statali al fine di ripianare le passività dei rapporti bancari preesistenti gonfiati da anatocismo ed usura. All’imprenditore onesto che investe i suoi averi nell’idea progettuale, vengono fatti sottoscrivere investimenti in strumenti finanziari complessi e rischiosi, cioè tossici, o similari, tipo “for-you” propinati dalla Banca che promette finanziamenti “a tasso di favore”, invece fuorilegge, per sostenere l’investimento nelle more dell’erogazione statale che, manco a dirlo, ritarderà ad essere erogata e l’imprenditore si vedrà sommerso di debiti e di obbligazioni rese impossibili dalla stessa Banca che aveva assentito il programma industriale proposto dall’impresa.
La Grecia sta per (ri)fallire! anche il ministro delle finanze tedesco lo ha ammesso (l’Europa al capolinea)
Atene – Le misure draconiane di austerity imposte in Grecia non sono ancora sufficienti. Il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schauble ha ammesso che Atene dovrà ricorrere a un nuovo piano di aiuti esterni, il terzo da quando è scoppiata la crisi del debito nell’area euro.
CHE FINE FANNO LE TASSE ?
Quello di cui abbiamo realmente bisogno ora, è una maggiore consapevolezza e partecipazione della gente: dobbiamo capire tutti che il tempo delle deleghe è finito.
Se il popolo non riuscirà a riappropriarsi della lucidità per capire quanto ho appena detto, ci sarà presto una catastrofe irreparabile, essa, è dietro l'angolo. Fermare questo governo è la priorità, un governo che non ha spina dorsale e che ha messo in ginocchio una nazione, non merita di rappresentare il popolo.
Oggi avete ancora la parvenza di una vita agiata, ma già dal prossimo mese e ancor peggio dal 2014, vi renderete conto di quale catastrofe sia successa...
SVEGLIATEVI!!!!
12/09/2013
La questione della proprietà della moneta al momento della sua emissione:
A chi appartiene la moneta, il valore del denaro, nel momento in cui viene emessa dalla Banca Centrale?
Alla Banca Centrale stessa, che quindi ha diritto di farsela pagare dallo Stato? O allo Stato, al popolo, che quindi non dovrebbe pagare né il denaro né gli interessi alla Banca Centrale quando ha bisogno di denaro?
Si tratta di una questione fondamentale, perché dalla risposta che essa riceve, dipende essenzialmente l’indebitamento dello Stato.
Il fatto che l’esercizio del potere monetario attraverso la Banca Centrale è uno strumento di potere dei banchieri sullo Stato, trova conferma in come le istituzioni statali sono impegnate a equivocare e a mentire in tutte le sedi, anche parlamentari, per coprire il fatto che la Banca d’Italia cede a caro prezzo denaro che a essa niente costa e a cui non è essa a dare il valore, ossia il potere di acquisto.
Il potere di acquisto, come abbiamo visto, glielo conferisce il mercato, la gente, attraverso la domanda di denaro. La Banca Centrale non ha “prodotto” il valore del denaro, eppure si comporta come se fosse proprietaria del medesimo denaro, in quanto lo cede allo Stato (e alle banche commerciali) in cambio di titoli di Stato e controinteressate.
Questo fatto è paradossale.
È come se il tipografo, incaricato dagli amministratori della società calcistica organizzatrice di una partita di stampare 30.000 biglietti di ingresso per le partite del campionato, col prezzo di € 20 stampato su ogni biglietto, chiedesse come compenso per il suo lavoro di stampa € 600.000, in base al fatto che i biglietti che ha prodotto “valgono” € 20 cadauno. È vero che essi “valgono” € 20 caduno, ma che essi abbiano un valore non dipende dal tipografo, bensì dall’associazione sportiva che ha formato la squadra, procurato il campo da gioco e organizzato la partita, sostenendo i relativi costi e producendo la domanda di quei biglietti, senza la quali questi niente varrebbero.
Gli amministratori della società sportiva lo sanno bene, ma il tipografo in parte li ricatta e in parte li lusinga perché promette loro che, se gli pagheranno l’ingiusto compenso richiesto, egli darà loro un lauto regalo e i fondi per farsi rieleggere alle prossime elezioni del consiglio di amministrazione. Altrimenti, finanzierà altri candidati e una campagna di stampa contro i consiglieri onesti.
Il potere bancario si comporta come quel tipografo, e i governanti si comportano come i consiglieri ricattati e lusingati dell’associazione sportiva, riconoscendo alla Banca Centrale la proprietà o titolarità del valore del denaro che emette, stampato o scritturale che sia, e in cambio di esso indebitano ingiustamente e illogicamente proprio il popolo, che è il soggetto che, col suo lavoro e con la sua domanda, ossia col mercato, conferisce valore al denaro. Per questa ragione, oltre che in base al principio costituzionale della sovranità popolare, al momento in cui viene emesso, il denaro, il suo valore, dovrebbe logicamente essere ed essere trattato come proprietà del popolo e, per esso, dello Stato. Assolutamente lo Stato non dovrebbe indebitare se stesso e il popolo verso una Banca Centrale, pubblica o privata che sia, per ottenere denaro.
Al contrario, ciò è proprio quanto succede incessantemente. Ma vi è di peggio: la Banca Centrale , cioè i suoi azionisti, oltre ad appropriarsi, a danno dello Stato, del valore del denaro che essa emette, nei suoi propri conti segna questo valore non all’attivo ma al passivo, simulando un debito ed evitando, così, di pagare le tasse su quello che è un puro incremento di capitale e che, come tale, dovrebbe essere interamente tassato.
L’ovvio ragionamento, fù testé svolto è stato già sottoposto al Parlamento, attraverso interrogazioni parlamentari, nel 1994 e nel 1995.
Entrambe le risposte elusero il problema, affermando che la Banca Centrale (allora, cioè, la Banca d’Italia) non sarebbe proprietaria dei valori monetari, ossia del valore del denaro emesso, perché il denaro emesso costituirebbe sempre un passivo, un debito; e che, perciò, giustamente la Banca d’Italia lo iscriveva come posta passiva nel proprio bilancio.
Come i membri competenti dei due governi interessati non potevano ignorare, queste risposte sono del tutto contrarie alla verità. Innanzitutto, la risposta fornita è contraddetta dal comportamento dei governi medesimi – di tutti i governi. Infatti, se i governi fossero coerenti con l’affermazione che il denaro, il valore monetario, non appartiene alla Banca emittente, perché lo Stato continua a dare qualcosa (i titoli del debito pubblico) in cambio di Lire o Euro? E se il denaro emesso costituisse una passività, un debito, perché mai lo Stato dovrebbe comperarlo pagandolo con titoli del debito pubblico, che costituiscono un credito per chi li riceve? Si è mai visto che qualcuno paghi un altro per farsi cedere un debito?
Ma le risposte del governo sono anche false giuridicamente, perché il denaro non è affatto un debito per la Banca che lo emette. Se fosse un debito, dovrebbe poter essere incassato dal portatore presso la Banca medesima, mediante conversione in oro, e il portatore della banconota aveva il diritto di farsela cambiare in oro dalla Banca Centrale che l'aveva emessa, come avveniva una volta, fino al 1929 circa, quando il denaro era convertibile in oro. Anche in tempi successivi al 1929, molte banconote portavano la scritta “Pagabile a vista al portatore”.
Ma pagabile in che cosa, dato che esse non erano convertibili in oro? In realtà, quei biglietti non erano pagabili in alcun modo e quella scritta era una menzogna per ingannare il pubblico e fargli credere che i biglietti di banca fossero convertibili in qualcosa avente valore proprio o che la banca si fosse indebitata per emetterli, il che è falso (mentre era vero in un ormai lontano passato).
Del resto, è naturale che nessun governo potrebbe permettersi di dare risposte veridiche a simili questioni, perché ammetterebbe che la sua vera funzione è defraudare i cittadini e gli elettori per arricchire un’élite finanziaria che detiene il vero potere.
Ma quanto sopra costituisce solo la punta dell’iceberg. Perché il grosso, circa l’85%, del denaro esistente e circolante al mondo, non è denaro vero, emesso da Banche Centrali, ma denaro creditizio, ossia aperture di credito e disponibilità di spesa create dal nulla dalle banche commerciali, le quali, attraverso questa creazione continua di nuovo denaro creditizio, si impossessano di quote crescenti del potere d’acquisto complessivo della popolazione mondiale. Di ciò si parlerà più diffusamente in seguito in tema di signoraggio secondario o creditizio.
Caro Cittadino europeo, sapevi che...?
- Il debito pubblico è fasullo e le tasse che paghi a causa di esso sono illegali e incostituzionali.
- Banca d’Italia S p A, autorizzata a creare in modo autonomo denaro dal nulla senza garanzie auree o di altro tipo, è dal 1948 di proprietà privata.
- I suoi azionisti (detti ‘partecipanti’) sono le altre banche e assicurazioni private. Il debito pubblico dello Stato, quindi dei cittadini, nasce nei loro confronti.
- La Banca d’Italia (analogamente alla Banca Centrale Europea) usa un artificio contabile più o meno espressamente legalizzato per camuffare i propri utili, non pagare le tasse su essi dovuti e per non darli allo Stato, come dovrebbe per statuto.
- La Banca d’Italia dovrebbe, per statuto, vigilare sulla correttezza delle altre banche; ma essa stessa è di proprietà di banche private, le quali nominano il suo governatore e i suoi direttori; quindi questi dovrebbero sorvegliare chi li nomina – cosa del tutto improbabile.
- Le tasse vanno in gran parte a pagare il debito pubblico e gli interessi su di esso, quindi finiscono in tasca ai proprietari privati della Banca d’Italia e della Banca Centrale Europea, e non per spese di interesse collettivo.
- Per arricchirli, il debito pubblico viene continuamente fatto crescere – e ciò non solo in Italia e non solo di recente.
- L’organizzazione a monte di questo sistema di potere bancario è internazionale: in quasi tutti gli altri Paesi, infatti, la situazione è simile a quella italiana.
- Tale sistema, di cui i mass media si guardano bene dal parlare (come pure i sindacalisti, i parlamentari, i ministri, i presidenti) ha prodotto nel tempo, e ancor oggi sempre più produce, un enorme e sistematico trasferimento di beni e di ricchezze dalle tasche dei cittadini a quelle dei banchieri, ma anche un trasferimento del potere politico dalle istituzioni democratiche alle mani dei banchieri sovranazionali.
- Il vero potere politico ed economico, a livello mondiale e nazionale, sta in questi meccanismi, ignoti a tutti o quasi; essendo sconosciuti, essi sono ancor più efficaci..
- Il Trattato di Maastricht, l’Euro, la Banca Centrale Europea, sono strumenti di completamento di questo trasferimento.
- La corrente mancanza di denaro, la crisi economica, i fallimenti e le privatizzazioni sono pilotati da loro attraverso governi a sovranità limitata, e vanno a loro vantaggio.
- La soluzione efficace è ben nota ed è stata ripetutamente proposta: restituire al popolo, quindi allo Stato, la funzione sovrana dell’emissione del denaro, in modo che non si debba più indebitare.
- Il risultato sarebbe: tasse quasi eliminate, denaro a costo zero per lo stato e la Pubblica Amministrazione , economia fiorente; potere politico democratico anziché in mano alle banche.
- Ovviamente, gli unici danneggiati da questa riforma sarebbero i banchieri.
- E’ anche stata proposta una soluzione parziale: la moneta complementare, sull’esempio di migliaia di realtà nel mondo.
- Sono state proposte e talora attuate, nella storia, anche soluzioni globali, e hanno funzionato: l’emissione di denaro da parte dello Stato, direttamente e sovranamente, senza l’inutile intermediario di una banca centrale di emissione.
- Se quanto sopra ti lascia un poco perplesso, continua a leggere, e tutto ti apparirà chiaro...
Per tanto la struttura dell'economica bancaria mondiale si basa su un falso e sulla truffa al popolo ma sopratutto si struttura, cresce, e si alimenta sulla Vostra Ignoranza.
SVEGLIATEVI!!!!
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28 agosto 2013APOCALISSE FINANZIARIA ALLE PORTE: STRETTA MONETARIA USA E DEFAULT ITALIANO (SIA CHIARO:
New York - Prezzo delle case sopra le attese, fiducia dei consumatori sopra le attese, tasso di disoccupazione in diminuzione! Con questi dati fino a quando la Federal Reserve continuera' a stampare 80 miliardi di dollari al mese? Noi pensiamo poco, il prossimo dato che sorprenderà i mercati sara' il dato sull'inflazione americana che costringerà Bernanke ad una stretta monetaria prima che la situazione gli sfugga di meno.
L'indice dei prezzi delle case di giugno in USA e' aumentato del 2% mentre la Fed si aspettava solo un 1%, il tasso di disoccupazione sta diminuendo ed il combinato disposto dei due fattori spingerà inevitabilmente al rialzo i prezzi di tutti i beni. Bernanke sa di essere seduto su una polveriera e che la sua immagine di illuminato innovatore della Finanza mondiale rischia di trasformarsi presto in quella del creatore dell'ultima "bolla", la piu' grande e terrificante di tutti i tempi.
Non vorrebbe essere lui a forarla con una punta di spillo ma i suoi colleghi della Bundsbank gia' lo pronosticano e sono pronti ad un rialzo generalizzato dei tassi. Ed il governo italiano? Brancola nel buio piu' assoluto. Il 21 aprile da Direttore Generale della Banca d'Italia Saccomanni dichiarava "lo spread e' ancora troppo alto: dovrebbe essere 100"; con la sua entrata al Tesoro lo spread e' rimasto intorno a 250, perche'?
Perche' Saccomanni mente sapendo di mentire, con un debito pubblico superiore al 130% del PIL il rialzo dei tassi mondiali peserebbe piu' che proporzionalmente sulla capacita' dell'Italia di produrre ricchezza, le alte tasse farebbero il resto drenando la maggior parte delle risorse del paese verso il pagamento degli oneri finanziari o la spesa improduttiva.
Il "tiriamo a campare" di andreottiana memoria e' diventato la filosofia di vita di politici ed economisti di regime che hanno una visione sul futuro limitata alle prossime 24 ore o alla prossima sentenza su Berlusconi. Le banche tedesche, allertate dalla Bundesbank, sono pronte a rialzi generalizzati del costo del denaro e presto limiteranno la loro, gia' bassa, esposizione ai paesi periferici.
A quel punto Mario Draghi non potra' fare molto: di fronte alle tensioni inflazionistiche non potra' continuare a sovvenzionare le banche italiane che entreranno presto nella spirale di portafogli rigonfi di BTP a prezzi troppo alti e difficoltà nel finanziarsi.
Cosa suggerira' Mariuccio Draghi? Aumenti di capitale e raffica? E chi li sottoscriverà? Dopo MPS nessuno piu' firmera' una clausola "indemnity" e gli investitori stranieri si manterranno alla larga. (Questo porterà ad un'unica via d'uscita che si chiama default del debito pubblico italiano con la conseguenza immediata del fallimento a catena di tutte le maggiori banche del Paese.)
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Dietro l’Egitto si legge l’inizio della fine del dollaro:
I fatti del Medio Oriente sono manipolati dall’élite mondiale, che spinge verso l’instabilità: un processo già in corso, come vediamo. E attenzione: solo in apparenza l’architettura della “primavera araba” riguarda l’area mediorientale. In realtà ha a che fare con l’intera struttura dell’economia globale: «Una crisi energetica potrebbe essere uno strumento efficace per cambiare questa struttura», sostiene Brandon Smith. E quindi: «Un crollo in Medio Oriente potrebbe fornire l’occasione perfetta e la copertura per un grande cambiamento nel paradigma globale». Tuttavia, qualsiasi passo politico di questa portata richiede che, prima, si sia creata «una atmosfera economica adeguata». Tradotto: «Se vogliamo capire le prossime tendenze di una società, dobbiamo prendere in considerazione che esiste una manipolazione esterna: dobbiamo guardare a come ogni evento economico si muova parallelamente con gli eventi politici, e dobbiamo intuire come questi eventi possano avere effetti sulla globalizzazione nel suo complesso».
Quando fu rovesciato Mubarak «non era ancora il momento giusto», scrive Smith in un post su “Alt Market”, ripreso da “Come Don Chisciotte”.
All’epoca, i media mainstream caddero in una sorta di “falsa partenza”. «Se il bersaglio vero è il dollaro Usa e l’Egitto è solo una diversione, quest’anno si è presentata l’occasione perfetta per giustificare il fallimento, ormai evidente, come stimolo dell’economia, del “quantitative easing”», che secondo Smith si basa su due dogmi completamente sballati. Il primo: “I paesi esteri non riusciranno mai a scaricare il dollaro americano, perché dipendono dai consumatori americani, che comprano le merci che loro vogliono esportare”. Il secondo: “Il valore del dollaro non potrà mai crollare, perché è la valuta-base per comprare il petrolio, e il mondo intero ha bisogno dei dollari per comprare il petrolio”. In realtà, tutto sta cambiando: basta vedere il “dumping” della Cina contro il dollaro, gli accordi commerciali bilaterali con i Brics e anche con Germania e Giappone, senza contare la massiccia corsa all’acquisto di oro intrapresa da Cina e Russia, «anche come reazione alla estrema manipolazione del mercato» attuata da colossi finanziari come la Jp Morgan Chase.
Altri campanelli d’allarme: la vendita dei titoli del Tesoro Usa a lungo termine da parte dei creditori stranieri, che comprano invece titoli del Tesoro a breve termine, che possono essere liquidati con un preavviso minimo. E poi il fatto che «le obbligazioni ora sono sostenute quasi interamente dalla politica della Fed per stimolare l’economia: quando questo stimolo finirà, finirà la capacità dell’America di onorare i debiti esteri e la fiducia nel dollaro crollerà». Infine, le chiare dichiarazioni del Fmi, che ormai parla apartamente della “fine del dollaro” come riserva mondiale e dell’istituzione dei Dsp, diritti speciali di prelievo, destinati a sostituirlo. Quanto alla “fede” nella tenuta “eterna” del valore del dollaro, ancorato al maxi-giacimento energetico del Medio Oriente, oggi tutto sta cambiando in fretta: «Lo status del petrodollaro dipende da un gran numero di fattori che rimangono perfettamente allineati dal punto di vista sociale, politico ed economico: se uno solo di questi elementi dovesse uscire dal gioco – spiega Smith – il mercato del petrolio esploderebbe in una inflazione dei prezzi che spingerebbe il resto del mondo all’abbandono del biglietto verde». Ecco perché la crisi egiziana va letta essenzialmente sotto questa luce: per l’analista statunitense, i grandi rivolgimenti del Cairo «possono essere considerati come primi sintomi della inevitabile morte del petrodollaro». Mettendo fuori gioco i Fratelli Musulmani anche attraverso il ricorso al bagno di sangue, il regime militare – che domani probabilmente affronterà il giro di vite decisivo, mettendo addirittura fuorilegge gli islamisti – non fa che fomentare l’odio popolare verso gli Stati Uniti, grandi supporter del potere egiziano. E questo «non è salutare per la vita del petrodollaro nel lungo periodo». Grande problema: «Se scoppierà una guerra, sarà di grandi dimensioni e danneggerà i mercati petroliferi», dal momento che il Canale di Suez vede passare quasi l’8% del commercio marittimo mondiale, 4,5 milioni di barili di greggio ogni giorno. Già i prezzi hanno registrato un’impennata per la semplice minaccia del blocco di Suez, e il braccio di ferro in arrivo – mezzo Egitto in guerra con l’altra metà del paese – non promette nulla di buono.
Stranamente, aggiunge Smith, il mainstream continua a sostenere che Suez «non chiuderà mai» perché «è troppo importante per l’economia egiziana». Errore: «Per il governo egiziano, l’importanza di Suez sarà irrilevante se scoppierà una rivoluzione: Suez chiuderà proprio perché non resterà più nessuna struttura per mantenere il canale aperto. Nel frattempo, i prezzi del petrolio continueranno a salire e la diffidenza verso gli Stati Uniti continuerà ad inasprirsi». Poi toccherà all’Arabia Saudita? Il rapporto tra Washington e l’emirato, secondo Smith, «è contemporaneamente simbiotico e parassitario». Storia: i primi pozzi petroliferi furono scavati da cartelli internazionali come Royal Dutch Shell, Near East Development Company e Anglo-Persian, ma alla fine «tutto fu preso in mano dalla Standard Oil di Rockefeller», azienda con alle spalle una «storia oscura». Risultato: gli affari sauditi sarebbero stati gestiti principalmente da interessi americani. «E la sete per il petrolio di tutto l’Occidente, soprattutto dopo la prima guerramondiale, avrebbe segnato il nostro rapporto con la monarchia regnante al momento».
Come membro fondatore dell’Opec, l’Arabia Saudita è stato dei pochi super-produttori di petrolio a mantenere – fino al 1983 – un oleodotto diretto che bypassava il Canale di Suez. «Questo permise alla Standard Oil e agli Stati Uniti di rientrare in punta di piedi in Egitto per lavorare sulla instabilità interna, che già si sentiva e che alla fine culminò nella guerra civile del 1952». All’epoca la classe dirigente egiziana – considerata “fantoccio” dell’Impero britannico – fu rovesciata, «fatto che determinò la scomparsa della sterlina britannica come Top petro-Pound e come valuta di riserva mondiale», segnando l’inizio del declino economico britannico. In apparenza, finora, l’Arabia Saudita sembra aver evitato gli effetti del clima della “primavera Araba”, ma non è tutto come sembra: la defezione del principe saudita Khalid Bin Farhan al-Saud ha fatto sorgere domande sorprendenti sul vero stato di salute del gigante petrolifero arabo.
«Credo che questa defezione sia solo l’inizio dei problemi dell’Arabia Saudita, e che il più grande partner petrolifero dell’America stia per assistere ad un tumulto interno che destabilizzerà le spedizioni di petrolio in tutto il mondo», scrive Smith. «Il sostegno dell’America ad una monarchia, tanto brutale con la sua popolazione, potrà solo accelerare la fine dell’uso del dollaro nel commercio mondiale del petrolio, soprattutto se questi regimi fantoccio saranno rovesciati». Chi dubita che l’Arabia Saudita sia sulla strada di una disgregazione sociale farebbe bene a domandarsi «perché questo paese abbia sentito la necessità di sovvenzionare con miliardi di dollari la nuova giunta militare egiziana al potere». Mentre il paese «come prestanome dell’Occidente», il governo saudita teme che il successo di idee dissenzienti possa raggiungere i suoi confini: «Capiscono poco di questo gioco, in cui sono solo pedine di un progetto globale». Ma, «senza il controllo saudita sul petrolio, gli Stati Uniti perderebbero il loro ultimo solido punto d’appoggio nel mercato del petrolio: e non c’è assolutamente nessun dubbio sul fatto che il dollaro, immediatamente dopo, non sarebbe più una petro-moneta. La disperazione che causerebbe una crisi energetica come questa – aggiunge Smith – porterebbe i mercati internazionali a mendicare una qualsiasi soluzione, che i cartelli bancari globali guidati dal Fmi saranno ben felici di trovare».
Dall’Egitto all’Arabia Saudita, fino alla Siria: «Il fatto che il governo americano abbia creato uno stato di fatto con la rivolta siriana e il suo finanziamento e con l’armamento degli agenti di al-Qaeda ha comprensibilmente irritato molte nazioni del Medio Oriente, compreso l’Iran». Teheran, continua Smith, si trova sulla via del petrolio più importante del mondo: lo Stretto di Hormuz. Circa il 20% delle esportazioni di petrolio di tutto il mondo vengono spedite attraverso Hormuz, e la stretta insenatura è incredibilmente facile da bloccare: basterebbe far affondare qualche nave cargo. «In realtà, questa tattica è esattamente quella che l’Iran si è abituato ad usare per neutralizzare qualsiasi progetto di invasione Usa-Israele. Una presenza degli Stati Uniti o della Nato sulla terra o nello spazio aereo della Siria, dell’Egitto o dell’Iran molto probabilmente potrebbe provocare la chiusura dello Stretto di Hormuz e forti aumenti dei costi della benzina, che gli americani non si possono permettere».
Come se non bastasse, la scena è dominata da nuovi affari petroliferi: quelli tra Russia e Cina. Proprio perché fanno paura agli Usa, i grandi media non ne parlano: «Così come la maggior parte dei commerci bilaterali che non stanno utilizzando il dollaro come moneta di riferimento, sono stati ignorati dai media mainstream: anche dell’ultimo grosso affare sul petrolio stipulato tra Russia e Cina non si è detto nulla». La Russia, ricorda Smith, ha firmato un contratto storico con i cinesi: rifornirà Pechino di petrolio per i prossimi 25 anni. E questo, secondo le linee-guida bilaterali stabilite, significa che il dollaro non sarà utilizzato dai cinesi per pagare il petrolio russo. «Mi aspetto che questo sia solo l’inizio di una reazione a catena di accordi petroliferi che rifiuteranno il dollaro come principale meccanismo commerciale», avverte Smith. «Questo tipo di affari potrà aumentare in tutto il Medio Oriente se ci saranno sempre più lotte interne e se il disgusto della popolazione verso gli Stati Uniti diventerà una condizione essenziale per mantenere il potere».
Il dollaro, insiste l’analista, è ormai una “tigre di carta”. Vero, le scoperte di nuovi giacimenti nel Midwest americano potrebbero contrastare la “discontinuità” degli oleodotti mediorientali. Tuttavia, sarebbe ingenuo nascondersi dietro alla prospettiva del nuovo petrolio americano: perché il vero problema – sottolinea Smith – non è il petrolio, ma lo status della moneta Usa in qualità di petro-dollaro. «Questo status fa pericolosamente affidamento sul mantenimento e sulla stabilità dei regimi amici in Oriente. Possiamo produrre tutto il petrolio che vogliamo, dentro i nostri confini – dice Smith – ma se il dollaro perde la sua posizione predominante di riserva mondiale, dovremo aspettarci una massiccia svalutazione del valore della nostra moneta, avremo ancora altri crolli, e vi garantisco che la maggior parte del petrolio nazionale finirà per essere esportato come pagamento ai creditori stranieri, solo per soddisfare i debiti in sospeso».
Il moneta Usa, conclude Smith, non è più invincibile – come qualsiasi altra moneta a corso forzoso nella storia: «In qualche modo, è veramente molto più debole rispetto a qualsiasi altra moneta che c’era prima». Oggi, il biglietto verde fa completamente affidamento sul proprio status di moneta di riserva mondiale, per poter mantenere il suo valore sul mercato globale. Come è evidente, paesi come la Cina stanno già evitando di usarlo negli scambi con particolari nazioni, ed è «del tutto sconsiderato» ritenere che questa tendenza sia in qualche modo “fortuita” e non piuttosto “intenzionale”. «I paesi stranieri non starebbero avviando un processo di abbandono del dollaro oggi se non intendessero continuare per questa strada fino in fondo domani». Tutto questo, conclude Smith, va interpretato come una “crisi di copertura”. E le tensioni esistenti sono un segnale di crisi ormai dilagante, in Medio Oriente: «Molto probabilmente una crisi energetica, e nel breve termine». Sarebbe la “tempesta perfetta” che l’élite finanziaria attende: per scatenare la speculazione e, stavolta, cambiare – a modo suo, cioè contro tutti noi – il “paradigma globale”?
Fonte: http://www.libreidee.org/2013/08/smith-dietro-legitto-si-legge-linizio-della-fine-del-dollaro/
Caltanissetta: condannate otto banche per illegittima procedura esecutiva in danno ad un imprenditore.
Il Tribunale di Caltanissetta nella persona del G.I. dott. Gaetano Sole con Sentenza del 20 luglio, ha accolto l’opposizione alla esecuzione proposta dai legali di Amorelli, considerato nel mondo il re delle pipe, con queste motivazioni: non può restare in vita una procedura esecutiva una volta che il creditore pignorante è stato soddisfatto nella sua pretesa e nel caso in cui non vi siano pignoramenti successivi, sentenzia il Giudice Sole, la procedura esecutiva va dichiarata estinta. I principi erano già ben chiari alla giurisprudenza di legittimità, ma ovviamente, avversati dalle banche e l’imprenditore che ha confidato nella giustizia raggiunge un risultato di conforto anche per la moltitudine di persone che si sentono raggirate e aggredite nei propri beni da banche, società finanziarie e di riscossione “con dichiarazioni insidiose e fraudolente tali da indurre in errore i Magistrati delle esecuzioni e che gettano nella disperazione famiglie e imprese” sottolinea Amorelli.
Se poi andiamo a vedere i fatti concreti della Procedura Esecutiva ora sospesa con Ordinanza del 31 luglio, si nota che un creditore per un importo di 25.000 euro assoggetta a pignoramento un patrimonio di 14.000.000 euro e anche se è stato soddisfatto nella sua pretesa (nel lontano 2005) diverse Banche con in testa il Banco di Sicilia, e la Serit Sicilia pretendono la vendita forzata dei beni senza dimostrare l’entità/legittimità dei propri crediti che, viceversa, evidenzia Amorelli, “risultano usurari all’esito di un incidente probatorio penale (Banco di Sicilia) e all’esito di otto CTU svolte nei paralleli giudizi civili introdotti”.
Oppure si oppongono alla sospensione dell’esecuzione anche se i propri crediti vengono dichiarati inesistenti o non dovuti per mancanza di prova (Sentenza n. Giudice Cammarata) o se sospesi dalla Commissione Tributaria nel caso della Serit. Tra l’altro gli stessi crediti, vantati come certi ed esigibili, sono risultati “irregolari” anche per la Banca d’Italia. Infatti, la Vigilanza aveva imposto l’immediata rettifica delle segnalazioni trasmesse alla Centrale dei Rischi dal 2009 al 2011, alla luce di un esposto dell’imprenditore presentato alla Unità di Informazione Finanziaria, smentendo così le decisioni favorevoli per le Banche assunte in precedenza dall’Arbitro Bancario Finanziario ai reclami presentati dalla Ditta. Dove sta quella certezza, liquidità ed esigibilità di crediti tanto sbandierata dalle Banche nelle Aule giudiziarie? “E’ tutta da scoprire, si rifiutano di rispettare le Sospensioni dei Termini concesse dalla Prefettura ex art. 20 L. 44/99 e finanche l’Accordo Quadro sottoscritto al Ministero dell’Interno” risponde l’imprenditore che ora attende l’esame del dossier presentato alla Guardia di Finanza contenente le analisi di 25 rapporti di credito intrattenuti dalla Ditta e in cui ritiene vi siano gli estremi di reati commessi dai vertici di 14 Istituti di credito anche alla luce delle recenti Sentenze di Cassazione penale.
La vicenda bancaria di Amorelli è complessa e articolata, è stata anche oggetto di interpellanza Parlamentare, sembrerebbe unica e surreale. “Non lo è affatto” ad avviso di Amorelli, “ ogni impresa è costratta a difendersi da un sistema creditizio tutto italiano che trae profitti oltre i limiti consentiti dalla legge e conduce il reato di usura, ma non solo quello, alle estreme conseguenze fino ad uccidere persone e libera impresa da Trento a Gela”.
A ben guardare ciò che può accadere ad un operatore economico che fa ricorso al credito bancario per sviluppare l’attività d’impresa non possono che venire i brividi.
E se in ballo ci sono finanziamenti pubblici ottenuti dalle imprese per realizzare capannoni, acquistare macchinari e incrementare l’ occupazione ? La musica non cambia, anzi:
banca strozzina
“Intanto l’interesse ( ! ) delle Banche diventa più famelico, forti della materiale disponibilità dei fondi statali, e poi c’è il pericolo concreto che la dazione usuraria avvenga con meccanismi automatici, all’insaputa del beneficiario e …. con i soldi dello Stato. Dunque altre illegalità in pregiudizio all’interesse pubblico e sviamento delle finalità previste dagli Enti, altro che incentivi per miliardi di euro erogati alle imprese per lo sviluppo delle aree depresse del Paese secondo le previsioni di legge vedi 488/92 o Patti Territoriali”.
Dunque una nuova faccia della medaglia sull’utilizzo dei fondi strutturali europei, fatta da non solo truffe di imprenditori criminali che prima o poi risponderanno alla Magistratura, ma anche, e forse soprattutto iniziative industriali sostenute dalle Banche per percepire fondi statali al fine di ripianare le passività dei rapporti bancari preesistenti gonfiati da anatocismo ed usura. All’imprenditore onesto che investe i suoi averi nell’idea progettuale, vengono fatti sottoscrivere investimenti in strumenti finanziari complessi e rischiosi, cioè tossici, o similari, tipo “for-you” propinati dalla Banca che promette finanziamenti “a tasso di favore”, invece fuorilegge, per sostenere l’investimento nelle more dell’erogazione statale che, manco a dirlo, ritarderà ad essere erogata e l’imprenditore si vedrà sommerso di debiti e di obbligazioni rese impossibili dalla stessa Banca che aveva assentito il programma industriale proposto dall’impresa.
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La Grecia sta per (ri)fallire! anche il ministro delle finanze tedesco lo ha ammesso (l’Europa al capolinea)
Atene – Le misure draconiane di austerity imposte in Grecia non sono ancora sufficienti. Il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schauble ha ammesso che Atene dovrà ricorrere a un nuovo piano di aiuti esterni, il terzo da quando è scoppiata la crisi del debito nell’area euro.
La somma sarà inferiore a quella dei precedenti programmi di sostegno esterno e servirà a colmare un improvviso e inaspettato gap di fondi.
“Ci sarà un altro programma in Grecia”, ha detto il ministro durante un intervento nella parte settentrionale della Germania. Le dichiarazioni pronunciate in campagna elettorale saranno probabilmente accolte con sfavore in patria, in vista delle elezioni generali del 22 settembre.
In Atene intanto un funzionario del ministero delle Finanze ellenico ha detto a Reuters che un nuovo programma di salvataggio si occuperà di coprire i buchi di bilancio che si apriranno nel periodo 2014-2016.
La crisi della Grecia è ormai senza ritorno a causa delle misure si austerità varate dal governo e molti cittadini non riescono più ad arrivare e a fine mese, quindi non sono poche quelle famiglie che si ritrovano senza elettricità perché gli viene staccata la corrente a causa delle bollette non pagate.
In loro aiuto ora sono giunti gli attivisti del movimento, noi non pagheremo, che stanno ricollegando illegalmente la corrente a centinaia di abitazioni a cui era stata staccata. Grazie a queste azioni il movimento che già può vantare oltre 10mila membri sta guadagnando nuovo consenso tra la popolazione nonostante sia ormai bersagliato da oltre un centinaio di cause legali per le azioni illegali che porta a termine. (Ansa-Reuters)
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LA NAZIONE DEI RAGIONIERE CASORIA
Film documentario censurato da tutte le televisioni italiane
Un Film documentario, chiedetevi come mai sè stato censurato? ... cercate di comprenderlo fin nei minimi dettagli ....
RISVEGLIATEVI!!!!
RISVEGLIATEVI!!!!
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Imprenditore vittima del sistema bancario: “Chiudo l’azienda per crimini di Stato”
Non sono bastate 14 sentenze del Tar. All’imprenditore calabrese Antonio De Masinon è stato erogato il mutuo anti-usura nonostante ne abbia diritto, come stabilito dalla giustizia amministrativa. Ora lui vuole chiudere la sua azienda per “crimini di Stato”, dato che, come dimostrato in numerosi processi, è una vittima del sistema bancario italiano. Ma c’è di peggio, a maggio De Masi ha subito una pesanteintimidazione mafiosa: 40 colpi di mitra contro il capannone della sua ditta di Gioia Tauro. Oggi l’azienda è piantonata dall’esercito e l’uomo vive sotto scorta, ma lui non si fida: “Mi ammazzeranno perché ho denunciato. Sono un morto che cammina”
Lucio Musolino
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APRITE GLI OCCHI
UNA GRANDE TEORIA CHE IN SE HA FORTI VERITA'
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OBIETTIVO CRISI ECONOMICA ( NUVI SCHIAVI )
Sapevate che i vostri conti correnti sono per la maggior parte tutti finti?
Sapevate che il vostro patrimonio e stato trasformato interamente in moneta elettronica e sapevate che la moneta elettronica serve solo fino a quando qualche mega virus galattico non formatti la banca dati delle banche cosi che la vostra moneta elettronica scompaia per sempre?
Sapevate ce se tutti gli europei domani andassero a chiudere il loro conto bancario chiedendo il corrispettivo in denaro … le banche dopo solo 20 ore ma forse un po’ prima andrebbero in crisi ?
Perche questo? …. Perche i soldi elettronici sono nettamente superiori a quelli reali … quindi se domani vorreste carta a posta di numeri informatici , modificabili a piacimento, è probabile che vi cacciano fuori a pedate .
Detto questo , torniamo alla grande truffa…
1) Impoverimento della nazione
2) Recessione
3) Il governo copre il suo debito utilizzando sistemi bancari
4) Il governo aumenta il suo debito
5) Le banche comprano a basso costo le azioni della nazione
6) Le banche rivendono le azioni della nazione, maggiorate, ad acquirenti esterni
7) Il debito del governo cosi si estingue ma resta il debito dei cittadini .. che nel frattempo si sono dovuti vendere anche mutande e calzini per sopravvivere …
8) I cittadini che prima avevano il debito con le banche ora lo hanno con le nazioni entranti …
9) Ecco che nascono i nuovi schiavi …
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Harvard, i cialtroni del rigore: avevano sbagliato i conti
Rischia di essere lo scandalo accademico del secolo. Un colpo durissimo alle fondamenta della dottrina dell’austerità, che sostiene che tagliare il debito produca crescita. E’ vero esattamente il contrario, replica il Premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman: si può avere crescita solo espandendo la spesa pubblica, cioè facendo esattamente l’opposto di quanto predicano la Germania e i tecnocrati dell’Eurozona che hanno commissariato mezza Europa, imponendo all’Italia il “macellaio” Monti. A crollare, improvvisamente, è lo studio con il quale Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, due celebri economisti di Harvard, considerati prestigiosi, sostenevano che si va in recessione quando il debito pubblico cresce fino al 90% del Pil. Quella semplice formula ha fatto il giro del mondo, influenzando il dibattito politico sull’economia, dagli Stati Uniti all’Europa, diventando un dogma. Peccato che sia falso, e che le cifre di Reinhart e Rogoff fossero disastrosamente sbagliate.
A smentire gli accademici di Harvard, cui si deve il sostegno tecnico alla catastrofica ideologia dell’austerity, provvede ora un gruppo di economisti Kenneth Rogoffdell’Università del Massachusetts-Amherst: hanno semplicemente rifatto i conti e, sulla base della stessa serie storica di Reinhart e Rogoff, dimostrano che i risultati sono opposti. E cioè: in media, storicamente, i paesi con un debito superiore al 90% non vanno affatto in recessione. Al contrario, crescono del 2,2%. Messi di fronte ai numeri, i due guru di Harvard ammettono l’errore e se la prendono persino con Excel, il programma di calcolo che hanno utilizzato. Un banale errore di codificazione, scrive Maurizio Ricci su “Repubblica” in un articolo ripreso da “Micromega”, avrebbe escluso completamente dai calcoli paesi come Australia, Austria, Belgio, Canada e Danimarca. «Un secondo errore, più scivoloso – aggiunge Ricci – è la decisione di escludere alcuni paesi, in alcuni anni». Ad esempio, nel periodo 1946-51, gli autori considerano solo l’ultimo per la Nuova Zelanda, che all’epoca, aveva un debito oltre il 90% del Pil ed era in recessione: «Avessero considerato tutti e cinque gli anni, avrebbero registrato una crescita media del 2,6%».
L’errore, se così lo si può chiamare, è inoltre amplificato dal sistema di ponderazione dei risultati utilizzato dagli autori. «Alle critiche – aggiunge Ricci – Reinhart e Rogoff hanno replicato con qualche imbarazzo, ammettendo l’errore di tabulazione e attribuendo l’esclusione dal calcolo di alcuni anni, per certi paesi, alla mancanza dei relativi dati al momento della stesura del loro saggio». Di fatto, si sbirciola la tesi in base alla quale l’austerity rilancia l’economia: come i fatti dimostrano, il rigore coincide con la devastazione economica. La polemica, destinata probabilmente a durare a lungo nei circoli accademici, ha già avuto l’effetto di ridimensionare la credibilità scientifica degli appelli all’austerità, dalle due parti dell’Atlantico. Specie in Europa, su spinta tedesca, l’austerity ha più un connotato politico-morale che economico. E i dubbi sull’efficacia della shock economy ormai sono crescenti. Tanto più che, nei mesi scorsi, era stato corroso dalla critica l’altro caposaldo scientifico della dottrina Alberto Alesinadell’austerità, cioè il lavoro di Alberto Alesina e Silvia Ardagna, braccio speculare delle tesi di Reinhart e Rogoff.
«Come i due economisti di Harvard sottolineavano che l’alto debito porta alla recessione, Alesina e Ardagna sostengono che l’austerità porta alla crescita», ricorda Ricci. «Anche qui, sono i conti ad essere entrati nel fuoco della critica: Alesina e Ardagna guardano al disavanzo pubblico, ma non distinguono fra i casi in cui il disavanzo si è ridotto per l’austerità e quelli in cui è sceso perchè l’economia ha tirato di più». Ci ha pensato, infine, il Fondo Monetario Internazionale a pubblicare uno studio in cui si liquida l’assurdità demenziale dell’“austerità espansiva” e si sottolinea che l’austerità, sotto forma di tagli alla spesa e aumenti di tasse, porta invece l’economia verso il collasso. «L’atteggiamento dell’Fmi – conclude Ricci – è un buon termometro del mutare degli atteggiamenti verso la politica del rigore». Ormai il Fondo Monetario è critico con i falchi dell’austerity: non rinuncia al risanamento di bilancio, ma ritiene che possa essere realizzato più lentamente, dando spazio a manovre per ravvivare la domanda, che alimenti una ripresa, la quale a sua volta riduce i disavanzi di bilancio. «E’ l’avviso che, con toni inusualmente aspri, gli economisti di Washington hanno appena recapitato al governo di Cameron a Londra. E, dietro il quale, molti hanno visto un attacco indiretto alle strategie dell’Eurozona: parlare a Londra perchè Berlino intenda».
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Harvard, i cialtroni del rigore: avevano sbagliato i conti
Rischia di essere lo scandalo accademico del secolo. Un colpo durissimo alle fondamenta della dottrina dell’austerità, che sostiene che tagliare il debito produca crescita. E’ vero esattamente il contrario, replica il Premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman: si può avere crescita solo espandendo la spesa pubblica, cioè facendo esattamente l’opposto di quanto predicano la Germania e i tecnocrati dell’Eurozona che hanno commissariato mezza Europa, imponendo all’Italia il “macellaio” Monti. A crollare, improvvisamente, è lo studio con il quale Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, due celebri economisti di Harvard, considerati prestigiosi, sostenevano che si va in recessione quando il debito pubblico cresce fino al 90% del Pil. Quella semplice formula ha fatto il giro del mondo, influenzando il dibattito politico sull’economia, dagli Stati Uniti all’Europa, diventando un dogma. Peccato che sia falso, e che le cifre di Reinhart e Rogoff fossero disastrosamente sbagliate.
A smentire gli accademici di Harvard, cui si deve il sostegno tecnico alla catastrofica ideologia dell’austerity, provvede ora un gruppo di economisti Kenneth Rogoffdell’Università del Massachusetts-Amherst: hanno semplicemente rifatto i conti e, sulla base della stessa serie storica di Reinhart e Rogoff, dimostrano che i risultati sono opposti. E cioè: in media, storicamente, i paesi con un debito superiore al 90% non vanno affatto in recessione. Al contrario, crescono del 2,2%. Messi di fronte ai numeri, i due guru di Harvard ammettono l’errore e se la prendono persino con Excel, il programma di calcolo che hanno utilizzato. Un banale errore di codificazione, scrive Maurizio Ricci su “Repubblica” in un articolo ripreso da “Micromega”, avrebbe escluso completamente dai calcoli paesi come Australia, Austria, Belgio, Canada e Danimarca. «Un secondo errore, più scivoloso – aggiunge Ricci – è la decisione di escludere alcuni paesi, in alcuni anni». Ad esempio, nel periodo 1946-51, gli autori considerano solo l’ultimo per la Nuova Zelanda, che all’epoca, aveva un debito oltre il 90% del Pil ed era in recessione: «Avessero considerato tutti e cinque gli anni, avrebbero registrato una crescita media del 2,6%».
L’errore, se così lo si può chiamare, è inoltre amplificato dal sistema di ponderazione dei risultati utilizzato dagli autori. «Alle critiche – aggiunge Ricci – Reinhart e Rogoff hanno replicato con qualche imbarazzo, ammettendo l’errore di tabulazione e attribuendo l’esclusione dal calcolo di alcuni anni, per certi paesi, alla mancanza dei relativi dati al momento della stesura del loro saggio». Di fatto, si sbirciola la tesi in base alla quale l’austerity rilancia l’economia: come i fatti dimostrano, il rigore coincide con la devastazione economica. La polemica, destinata probabilmente a durare a lungo nei circoli accademici, ha già avuto l’effetto di ridimensionare la credibilità scientifica degli appelli all’austerità, dalle due parti dell’Atlantico. Specie in Europa, su spinta tedesca, l’austerity ha più un connotato politico-morale che economico. E i dubbi sull’efficacia della shock economy ormai sono crescenti. Tanto più che, nei mesi scorsi, era stato corroso dalla critica l’altro caposaldo scientifico della dottrina Alberto Alesinadell’austerità, cioè il lavoro di Alberto Alesina e Silvia Ardagna, braccio speculare delle tesi di Reinhart e Rogoff.
«Come i due economisti di Harvard sottolineavano che l’alto debito porta alla recessione, Alesina e Ardagna sostengono che l’austerità porta alla crescita», ricorda Ricci. «Anche qui, sono i conti ad essere entrati nel fuoco della critica: Alesina e Ardagna guardano al disavanzo pubblico, ma non distinguono fra i casi in cui il disavanzo si è ridotto per l’austerità e quelli in cui è sceso perchè l’economia ha tirato di più». Ci ha pensato, infine, il Fondo Monetario Internazionale a pubblicare uno studio in cui si liquida l’assurdità demenziale dell’“austerità espansiva” e si sottolinea che l’austerità, sotto forma di tagli alla spesa e aumenti di tasse, porta invece l’economia verso il collasso. «L’atteggiamento dell’Fmi – conclude Ricci – è un buon termometro del mutare degli atteggiamenti verso la politica del rigore». Ormai il Fondo Monetario è critico con i falchi dell’austerity: non rinuncia al risanamento di bilancio, ma ritiene che possa essere realizzato più lentamente, dando spazio a manovre per ravvivare la domanda, che alimenti una ripresa, la quale a sua volta riduce i disavanzi di bilancio. «E’ l’avviso che, con toni inusualmente aspri, gli economisti di Washington hanno appena recapitato al governo di Cameron a Londra. E, dietro il quale, molti hanno visto un attacco indiretto alle strategie dell’Eurozona: parlare a Londra perchè Berlino intenda».





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